Il bambino in fase di sviluppo costruisce nella propria mente modelli
di se stesso e degli altri, basati sulla ripetizione delle esperienze
vissute con la figura di riferimento più importante.
I sistemi motivazionali, ed in particolare quello
dell'attaccamento, non solo organizzano il comportamento
interpersonale e l'esperienza emozionale, ma organizzano
anche la rappresentazione mentale di sé e degli altri.
Le memorie di precedenti attivazioni dei sistemi motivazionali e dei
loro risultati influenzano le successive modalità di
funzionamento dello stesso sistema motivazionale.
Il bambino in fase di sviluppo costruisce nella propria mente modelli
di se stesso e degli altri, basati sulla ripetizione delle esperienze
vissute con la figura di riferimento più importante.
Queste rappresentazioni delle interazioni, una volta generalizzate,
formano modelli mentali stabili su cui il bambino basa le sue
previsioni relative al comportamento degli altri e quindi il suo
comportamento sociale.
La relazione di attaccamento costituisce perciò la matrice
su cui si forma la rappresentazione mentale di se stesso e degli altri.
Questi modelli rappresentazionali, chiamati Internal Working
Model (IWM) o modelli operativi interni (MOI), diventano ben presto
inconsapevoli e tendono ad essere stabili nel tempo.
La capacità di anticipare gli eventi, propria dei
modelli operativi interni originati sulla base dell'attaccamento,
è tale da influenzare fortemente le successive relazioni
affettive, che, in un modo o nell'altro tenderanno a ripetere
la primitiva relazione tra il piccolo e la figura di attaccamento.
Il soggetto si è costruito uno schema mentale (per lo
più inconscio) di come è l'altro e di come lo
tratterà e finisce facilmente per selezionare proprio le persone che hanno
quelle caratteristiche; il suo comportamento sarà complementare e
finirà per rinforzare quello dell'altro, in una
sorta di circolo vizioso.
Ad esempio, è estremamente facile che una persona,
già maltrattata da un padre violento e aggressivo, qualora non abbia messo
in discussione a fondo il problema, abbia la tendenza a trovare un
partner violento, nonostante sogni una persona dolce e accudente.
Il bambino con attaccamento sicuro
avverte la figura di attaccamento come sicura ed accettante, cui può accedere
liberamente, per cui può alternare la vicinanza con allontanamenti esplorativi;
diventato adulto ha dentro di sé una valutazione positiva delle emozioni
legate all'attaccamento ed uno stile di conoscenza aperto, in grado di
utilizzare sia autonomi meccanismi creativi che imitativi.
Il bambino con attaccamento insicuro-distanziante
si costruisce nel tempo un modello operativo interno in cui, al di là della
superficiale idealizzazione, la figura di attaccamento è
rifiutante ed inaccessibile, anzi non manifestarle il bisogno che ha di
lei appare il miglior modo di non farla allontanare e di mantenere una
certa vicinanza. Spesso, per la capacità di cavarsela
autonomamente, vi è un modello di sé positivo, ma
in aree diverse da quella della relazione interpersonale, che resta
caratterizzata da una valutazione negativa delle emozioni relative
all'attaccamento e da una non-interazione con gli altri per
quanto riguarda la conoscenza, autonoma fino all'autarchia
("compulsiva fiducia in se stessi" di Bowlby).
Il bambino con attaccamento insicuro-preoccupato
col sedimentarsi dei vissuti, si costruisce un modello operativo interno
caratterizzato dall'incertezza sulla disponibilità
della figura di attaccamento, che appare imprevedibile, né sicura
né impossibile, talvolta lontana e inarrivabile, altre volte
invece capace di protezione e vicinanza.
Per contrastare tale imprevedibilità il bambino si
attribuisce il merito o la colpa di conquistare o perdere la vicinanza:
l'esito del rapporto dipende dal sè, avvertito come
poco amabile, per cui il soggetto cerca di meritare
l'amore dell'altro attraverso buone prestazioni.
L'insicurezza derivante dall' ambivalenza della
figura di attaccamento porta il soggetto a cercare una vicinanza serrata,
ma allo stesso tempo, l'insicurezza dovuta alla propria non-amabilità lo porta
ad avere paura dell'intimità che potrebbe svelare all'altro quanto non è
amabile.
Anche lo stile cognitivo è segnato dall'evitamento, inteso
come progressivo restringimento o rinuncia all'esplorazione.
Il bambino con attaccamento disorganizzato
ha avuto ripetute esperienze di rapporto con una figura di attaccamento, triste,
preoccupata o assorta in sé per questioni personali
gravissime (lutto recente o non risolto, depressione grave, abusi subiti
nell'infanzia, ecc.), poco responsiva verso il bambino.
Il piccolo interpreta l'espressione triste e spaventata della
madre come una minaccia, cui non può fuggire ma allo stesso
tempo non può avvicinarsi per essere rassicurato.
Questa situazione è particolarmente opprimente per il
bambino poiché egli non può identificare cosa impaurisce
il genitore.
L'allarme nel bambino è ulteriormente accresciuto
dal fatto che il genitore, mentre rivela con la mimica la presenza di un
pericolo, mostra contemporaneamente di non volere la vicinanza del
bambino.
Nell'attaccamento disorganizzato il modello operativo interno
è costituito da una figura di attaccamento sentita come
minacciosa, per cui non è più cercata la
vicinanza, ma il mantenimento della distanza e il controllo sull'altro.
Il soggetto non si pone il problema dell'amabilità, bensì quello della forza
(per fronteggiare il pericolo), avvertendo se stesso e l'altro secondo la
dicotomia forte/debole.